Situationship: abitare l’intimità dell’altro rinunciando alla responsabilità del legame

Succede quasi senza accorgersene. Si inizia a frequentare qualcuno, i pezzi sembrano incastrarsi, c’è l’intimità dei corpi e quella ben più complessa delle parole, delle confidenze dette col batticuore. Eppure, manca sempre un pezzettino per arrivare a darsi un nome. Ci si ritrova in quella che oggi viene chiamata situationship: un tempo sospeso dove si fa tutto quello che fanno le coppie, tranne decidere di esserlo.

E qui, in questo spazio grigio, sospeso, si consuma una delle fatiche psicologiche più grandi della nostra contemporaneità: la paura di “abitare” l’altro.

Perché scappiamo dalle definizioni?

Spesso la risposta non è la mancanza di sentimento, ma il terrore della responsabilità emotiva. Definire un rapporto significa renderlo “reale”, e il reale spaventa perché comporta il rischio di assumersi responsabilità, del conflitto, della noia e, infine, della perdita e del fallimento.

Oggi molti preferiscono restare sulla soglia: si gode della vicinanza senza però assumersi l’onere di custodire il legame. Ma attenzione: quella che vendiamo a noi stessi come “libertà” o “leggerezza”, spesso è solo una difesa per non incontrare mai davvero l’altro nella sua interezza.

L’illusione di “non essere abbastanza”

Il punto non è mai cosa vuole l’altro, ma cosa stai autorizzando. Stai abitando una relazione o stai solo occupando un posto nell’attesa che qualcuno ti dia il permesso di esistere, di autorizzarti a pensare di valere davvero qualcosa?

Quando l’altro non sceglie, la nostra mente compie un errore fatale: sposta il problema dall’incapacità dell’altro alla nostra presunta mancanza. Iniziamo a pensare: “Se fossi più attraente, più divertente, più risolta, allora mi sceglierebbe”.

È qui che nasce l’ansia di non bastare. Ma la verità è un’altra: il non definire la vostra relazione non è il termometro del tuo valore, è il termometro della sua indisponibilità. Se non sa cosa siete, la risposta è già scritta nel vuoto che lascia. Non è una tua mancanza di valore, è la sua mancanza di postura.

Se l’ansia sta prendendo il sopravvento, fermati e ascoltati.

Quell’angoscia non è una tua imperfezione congenita: è il tuo corpo che segnala un’incoerenza. Non si può costruire una casa su un terreno instabile ogni giorno. L’amore, quello che funziona, non ci fa vivere col fiato sospeso: è un luogo dove ci si riposa.

Ripartire dall’adultità: un passo importante

Uscire da questo stallo richiede un atto di coraggio che chiamo adultità. Significa smettere di chiedere “cosa siamo?” come se fossi solo in attesa di una conferma dall’alto, e iniziare a dire: “Io sono qui, e questo è ciò di cui ho bisogno”.

Se senti di esserti perso in questa attesa e il senso di non valere abbastanza sta spegnendo la tua luce, il nostro Studio Psichemilano offre uno spazio protetto dove trasformare la confusione in consapevolezza, per riprendere in mano le redini della tua vita affettiva e imparare a scegliere, finalmente, con libertà.

Vuoi iniziare a riprendere il tuo valore?

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Giada Moro

Psicologa Psicoterapeuta – PsicheMilano

giada giglio moro

Giada Moro
Psicologa Psicoterapeuta – PsicheMilano