ADOLESCENTI VITTIME DELL’INGANNO DELLA PRESTAZIONE:

RITROVARE IL VALORE OLTRE IL RISULTATO

Anni fa, se un adolescente tornava a casa con un brutto voto, il timore più grande era quello di ricevere uno scatto d’ira o persino uno schiaffo. Oggi, ciò che spaventa di più non è tanto la punizione, quanto l’idea di aver deluso. Si teme lo sguardo dispiaciuto del genitore, la sensazione di non essere abbastanza, la delusione silenziosa. A prima vista può sembrare un’evoluzione, ma in realtà nasconde un carico emotivo altrettanto pesante: la pressione interiore di dover essere sempre all’altezza.

Viviamo in un’epoca in cui la performance sembra essere diventata il prerequisito per esistere. A scuola, nello sport, sui social, nelle relazioni: ogni ambito della vita degli adolescenti è attraversato da un ideale di successo che si misura in risultati, numeri, visibilità.
Questo è l’inganno della prestazione: un paradigma culturale che confonde il valore della persona con ciò che produce o ottiene.  L’identità si costruisce su quanto si riesce a performare, non più su ciò che si è. Chi non ce la fa si sente invisibile, inadeguato, sbagliato.

Eppure non sono i ragazzi ad essere fragili o pigri. Essi sono figli di un contesto sociale e culturale che li schiaccia sotto il peso dell’eccellenza. Un sistema scolastico che premia il risultato più dell’apprendimento, famiglie che – pur animate da amore – trasmettono aspettative elevate nella speranza di motivare, e una cultura digitale che amplifica il confronto mostrando modelli di successo idealizzati e spesso irraggiungibili.

In questo scenario, però, la genitorialità stessa è diventata performance. I genitori di oggi vivono sotto una pressione sociale amplificata, costantemente preoccupati di essere giudicati o, peggio, di fare del male ai propri figli. Spesso si trovano soli nel compito di crescere, isolati nella pratica quotidiana della genitorialità. In molti casi, propongono ai figli mille attività e stimoli con l’aspettativa di performance elevate, più per rispondere a un bisogno interno che per sostenere realmente la crescita dei ragazzi. Questo atteggiamento riflette una fragilità profonda: genitori incapaci di essere un contenitore emotivo stabile, che investono narcisisticamente nei figli per colmare vuoti irrisolti della propria identità.

Il risultato è che gli adolescenti si ritrovano immersi in un contesto confuso, dove spesso non sono liberi di scoprire chi sono realmente, ma vengono indirizzati – anche inconsapevolmente – verso ciò che “dovrebbero” provare, desiderare, diventare. In questa dinamica, la performance diventa rassicurante anche per loro: “se sono bravo in questa cosa, allora significa che mi rappresenta”. Ma spesso non è così semplice. Ci si illude che eccellere coincida con autenticità, quando in realtà si tratta di una maschera, di un adattamento funzionale, di una risposta alla pressione.

Questo schema inizia già nella scuola primaria, si consolida nell’adolescenza e si radica proprio nel momento in cui si forma il senso di identità. Dietro a ragazzi brillanti e capaci,  ma svuotati e paralizzati dall’ansia, che vivono ogni errore come un fallimento personale, si nasconde un messaggio implicito e costante: “se non riesci, non vali”.

Le conseguenze sono profonde: ansia, panico, disturbi del sonno, tensioni corporee, ritiro sociale, bassa autostima. L’errore non è più vissuto come parte del percorso, ma come una minaccia al proprio valore: “non ho sbagliato, sono io a essere sbagliato”. In assenza di spazi sicuri in cui sbagliare è consentito, la crescita si blocca. Ma senza sbaglio, non c’è apprendimento né costruzione del sé.

Nella stanza di terapia si cerca di restituire agli adolescenti uno spazio di respiro. Un luogo dove possono dire, forse per la prima volta, “non ce la faccio”, “ho paura di non essere abbastanza”, “non so chi sono”. Un luogo dove non devono dimostrare nulla, ma possono semplicemente essere. La psicoterapia non spegne il desiderio di riuscire, ma lo ricollega a un significato più personale e meno condizionato dalle aspettative esterne. Quando un adolescente scopre di poter essere amato anche nel fallimento, si libera dalla gabbia della prestazione e inizia a riconoscersi per ciò che è, non solo per ciò che fa.

Come adulti, abbiamo il compito di cambiare la narrazione educativa, valorizzando la persona più del risultato e riconoscendo l’errore come parte della crescita. La famiglia può insegnare che fallire o perdere non diminuisce la dignità o l’amore.
È importante evitare modelli di perfezione irrealistici, favorendo una cultura che accetti fatica, dubbi e fallimenti.
I giovani devono sentirsi liberi di essere sé stessi, senza essere schiacciati dalla pressione delle prestazioni.

La vita, e l’adolescenza in particolare, serve anche a sbagliare, a fare confusione, a deludere le aspettative, le proprie e quelle altrui, per poter aggiustare il tiro e ripartire.

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Francesca Torrese
Psicologa in formazione
Tirocinante Psichemilano

giorgia pierangeli

Dott.ssa Giorgia Pierangeli
Psicologa Psicoterapeuta